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La pittura greca e i vasi dipinti

VII–IV secolo a.C.

Se quasi tutta la pittura greca è andata perduta, come facciamo a sapere come dipingevano i Greci?

La pittura greca e i vasi dipinti in breve

I Greci erano famosi per i loro pittori, ma quasi tutti i loro quadri e affreschi sono andati perduti. Ci restano invece migliaia di vasi in ceramica dipinta, che raccontano miti, eroi e scene di vita quotidiana. Ad Atene si sviluppano due grandi tecniche: prima le figure nere, di cui Exekias è il maestro assoluto, poi, intorno al 530 a.C., le figure rosse.

Vaso François — Kleitias (pittore) ed Ergotimos (vasaio), 570 a.C. circa
Vaso François — Kleitias (pittore) ed Ergotimos (vasaio), 570 a.C. circa

L'opera

Vaso François — Kleitias (pittore) ed Ergotimos (vasaio), 570 a.C. circa · Museo archeologico nazionale di Firenze

In sintesi

I Greci erano famosi per i loro pittori, ma quasi tutti i loro quadri e affreschi sono andati perduti. Ci restano invece migliaia di vasi in ceramica dipinta, che raccontano miti, eroi e scene di vita quotidiana. Ad Atene si sviluppano due grandi tecniche: prima le figure nere, di cui Exekias è il maestro assoluto, poi, intorno al 530 a.C., le figure rosse. Attraverso questi vasi possiamo intuire la grande pittura scomparsa.

La grande pittura che non c'è più

Gli scrittori antichi parlano dei pittori greci con un'ammirazione enorme, spesso maggiore di quella per gli scultori. Nel V secolo a.C. Polignoto di Taso dipinse grandi scene di guerra e di mito sulle pareti di edifici pubblici ad Atene e a Delfi. Nel IV secolo Apelle fu il pittore preferito di Alessandro Magno.

Lo scrittore romano Plinio il Vecchio racconta una sfida tra Zeusi e Parrasio: Zeusi dipinse un grappolo d'uva così realistico che gli uccelli scesero a beccarlo; Parrasio rispose con una tenda dipinta, e Zeusi, ingannato, chiese di scostarla per vedere il quadro.

Purtroppo di tutto questo non resta quasi nulla. Le tavole di legno sono marcite, gli intonaci sono crollati. Sopravvivono pochi frammenti, come la Tomba del Tuffatore di Paestum, del 480–470 a.C. circa, o le pitture delle tombe reali macedoni di Verghina.

Per immaginare quella pittura perduta abbiamo soprattutto due strade: le copie romane, come gli affreschi e i mosaici di Pompei, e la ceramica dipinta, arrivata a noi in grandissima quantità.

Le figure nere

I vasi greci non erano soprammobili: servivano per conservare olio e vino, per versare, per bere. Ognuno aveva la sua forma e il suo nome: l'anfora per trasportare, il cratere per mescolare il vino con l'acqua, la kylix per bere.

La prima grande tecnica di decorazione nasce a Corinto e viene poi perfezionata ad Atene nel VI secolo a.C.: sono le figure nere. Il ceramografo, cioè il pittore di vasi, stende le figure con un'argilla finissima e liquida sulla superficie arancione del vaso. Durante la cottura, grazie a un sapiente controllo del fuoco, quelle parti diventano di un nero lucido.

I dettagli, come i muscoli, i capelli o le decorazioni delle armature, vengono disegnati con un'incisione: una punta graffia la vernice nera e fa riaffiorare l'arancione sotto.

Uno dei capolavori di questa fase è il Vaso François, un grande cratere del 570 a.C. circa firmato dal vasaio Ergotimos e dal pittore Kleitias. Ospita centinaia di figure, molte con il nome scritto accanto. È stato trovato in una tomba etrusca vicino a Chiusi ed è oggi a Firenze.

Exekias, il maestro

Tra i tanti artigiani ateniesi delle figure nere, uno si distingue più di tutti: Exekias, attivo intorno al 550–525 a.C. Firmava i suoi vasi sia come vasaio sia come pittore, segno che ne era orgoglioso.

Il suo capolavoro è un'anfora oggi ai Musei Vaticani. Mostra Achille e Aiace, i due grandi eroi della guerra di Troia, seduti uno di fronte all'altro mentre giocano a un gioco da tavolo durante una pausa dei combattimenti. Non c'è battaglia, non c'è sangue: solo due uomini concentrati, chini sul gioco, con le lance appoggiate alla spalla. È una scena di silenzio e di attesa, e proprio per questo carica di tensione.

Un'altra sua opera famosa è una kylix conservata a Monaco di Baviera. All'interno il dio Dioniso naviga disteso su una barca, mentre dall'albero della nave nasce una vite carica di grappoli e intorno nuotano dei delfini.

Exekias dimostra che anche un oggetto d'uso, con una tecnica limitata, poteva diventare arte altissima, capace di raccontare un'emozione.

La rivoluzione delle figure rosse

Intorno al 530 a.C., ad Atene, i pittori di vasi capovolgono il sistema. Invece di dipingere le figure in nero, dipingono di nero lo sfondo e lasciano le figure del colore naturale dell'argilla. Nascono così le figure rosse, che in realtà sono arancioni.

Il cambiamento sembra piccolo, ma è enorme. I dettagli ora non si graffiano più: si dipingono con il pennello, con linee sottili o più dense. Il pittore può rendere i muscoli, le pieghe delle vesti, i corpi visti di scorcio, cioè in prospettiva, con una libertà prima impossibile.

Per qualche tempo le due tecniche convivono: esistono persino vasi detti «bilingui», con una scena a figure nere su un lato e la stessa a figure rosse sull'altro. Poi le figure rosse prevalgono. Tra i grandi pittori c'è Eufronio, autore di un celebre cratere con la morte dell'eroe Sarpedonte, restituito all'Italia nel 2008 dopo essere stato scavato illegalmente.

Molti dei più bei vasi ateniesi sono stati trovati in Italia, nelle tombe degli Etruschi, che li acquistavano come oggetti di lusso.

Le parole chiave

Un esempio

Prendi una tazza da colazione con un disegno stampato sopra: è un oggetto d'uso quotidiano che porta con sé un'immagine. I vasi greci erano esattamente questo, ma dipinti a mano uno per uno. Erano anche un modo per far viaggiare storie e miti: un vaso fatto ad Atene poteva finire sulla tavola di un ricco etrusco in Toscana. Un po' come oggi le immagini viaggiano stampate su magliette, poster e copertine.

Da ricordare

La pittura greca e i vasi dipinti e il presente

Della pittura che gli antichi consideravano la più alta arte della Grecia non ci resta quasi nulla: nomi, aneddoti, qualche descrizione. Ci restano invece le stoviglie. Coppe da vino, anfore per l'olio, vasi per mescolare l'acqua, oggetti che qualcuno ha toccato, riempito, magari rotto durante una festa. La memoria di una civiltà spesso non sopravvive nei capolavori ufficiali, ma nelle cose di tutti i giorni.

C'è qualcosa di commovente nell'idea che Achille e Aiace, gli eroi più grandi, ci arrivino chini su un gioco da tavolo, dipinti su un contenitore che girava di mano in mano a cena. Forse anche di noi resteranno meno i monumenti che gli oggetti: una tazza, un piatto, un disegno su un muro. Vale la pena chiederci quale storia racconteranno le nostre cose a chi le troverà.

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