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Lettura · Arte

Pop Art

1955–1970

Una lattina di zuppa può dire qualcosa sulla società?

Pop Art in breve

La Pop Art prende le immagini della cultura di massa, marchi, fumetti, divi, prodotti, e le porta nell'arte, spesso usando le tecniche stesse dei media: serigrafia, retino tipografico, colori piatti. Resta volutamente ambigua: celebra la società dei consumi o la critica? Probabilmente entrambe le cose.

Whaam! — Roy Lichtenstein, 1963
Whaam! — Roy Lichtenstein, 1963

L'opera

Whaam! — Roy Lichtenstein, 1963 · Tate Modern, Londra

Londra, 1956. Richard Hamilton crea un piccolo collage dal titolo lunghissimo: Just what is it that makes today's homes so different, so appealing? Al centro un culturista tiene in mano un lecca-lecca gigante con la scritta POP.

Pop Art: il contesto storico

Nel Regno Unito, un gruppo di artisti e critici, l'Independent Group, comincia a studiare la cultura popolare americana: fumetti, pubblicità, cinema, elettrodomestici.

Negli Stati Uniti degli anni Sessanta l'abbondanza è ovunque: supermercati, televisione, celebrità, marchi. È il materiale perfetto per una nuova arte.

Pop Art: l'idea centrale

La Pop Art prende le immagini della cultura di massa, marchi, fumetti, divi, prodotti, e le porta nell'arte, spesso usando le tecniche stesse dei media: serigrafia, retino tipografico, colori piatti.

Resta volutamente ambigua: celebra la società dei consumi o la critica? Probabilmente entrambe le cose.

Pop Art: le cose da sapere

Pop Art: perché è importante

La Pop Art ha cancellato il confine tra cultura «alta» e cultura «bassa». Le collaborazioni tra artisti e marchi, lo streetwear che cita l'arte, le immagini virali: tutto questo viene anche da lì.

Il legame

Andy Warhol è il volto più noto della Pop Art: con lui l'artista diventa una celebrità e l'opera un prodotto in serie.

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Pop Art e il presente

La Pop Art ha preso una lattina, un fumetto, il volto di una diva e li ha messi in un museo. Ha fatto saltare il confine tra cultura alta e cultura bassa, e da allora non è più stato davvero ricostruito.

Oggi viviamo nel mondo che quegli artisti avevano intuito. Le collaborazioni tra artisti e marchi, le sneaker in edizione limitata, i musei che vendono gadget accanto ai capolavori sono la prosecuzione naturale di quell'intuizione. Le immagini dei consumi sono diventate il nostro paesaggio, così familiare da non accorgercene più. La Pop Art lasciava aperta un'ambiguità preziosa: celebrava o criticava ciò che ripeteva? Forse entrambe le cose. Quell'ambiguità ci appartiene ancora. Siamo dentro la cultura di massa, la amiamo e la usiamo, e insieme ne sentiamo il vuoto. Riconoscerlo è già un primo modo di non esserne soltanto spettatori.

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