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L'arte ellenistica

323–31 a.C.

Che cosa succede all'arte greca quando il mondo diventa improvvisamente enorme, inquieto e pieno di emozioni?

L'arte ellenistica in breve

Con la morte di Alessandro Magno nel 323 a.C. la cultura greca si diffonde in un mondo vastissimo, dall'Egitto all'attuale Iran: è l'età ellenistica, che dura fino al 31 a.C. L'arte abbandona l'equilibrio calmo dell'età classica e cerca il movimento, il dramma e le emozioni forti.

Nike di Samotracia — Scultore greco ignoto, 200–190 a.C. circa
Nike di Samotracia — Scultore greco ignoto, 200–190 a.C. circa

L'opera

Nike di Samotracia — Scultore greco ignoto, 200–190 a.C. circa · Museo del Louvre, Parigi

In sintesi

Con la morte di Alessandro Magno nel 323 a.C. la cultura greca si diffonde in un mondo vastissimo, dall'Egitto all'attuale Iran: è l'età ellenistica, che dura fino al 31 a.C. L'arte abbandona l'equilibrio calmo dell'età classica e cerca il movimento, il dramma e le emozioni forti. I capolavori di questo periodo, come l'Altare di Pergamo, la Nike di Samotracia e il Laocoonte, sembrano esplodere nello spazio. Accanto agli dei compaiono vecchi, bambini, sconfitti: l'arte scopre tutta l'umanità.

Un mondo diventato enorme

In poco più di dieci anni Alessandro Magno, re di Macedonia, conquista un impero immenso: dalla Grecia all'Egitto, fino alla Persia e all'India. Quando muore, nel 323 a.C., a soli 32 anni, i suoi generali si dividono i territori e fondano grandi regni.

Inizia così l'età che chiamiamo ellenistica, perché la cultura degli Elleni, cioè dei Greci, si diffonde in tutto il Mediterraneo orientale e oltre. Finisce nel 31 a.C., con la battaglia di Azio, quando Roma prende il controllo dell'Egitto di Cleopatra, l'ultimo di questi regni.

Il centro del mondo non è più Atene. Le nuove capitali sono città enormi e cosmopolite: Alessandria d'Egitto, con la sua famosa Biblioteca e il Faro; Antiochia in Siria; Pergamo in Asia Minore; l'isola di Rodi, dove sorgeva il Colosso.

I re ellenistici fanno a gara a chi spende di più in arte, per mostrare potere e prestigio. Gli artisti lavorano per committenti ricchissimi e per un pubblico nuovo, curioso e variegato.

L'Altare di Pergamo: gli dei in battaglia

Pergamo, nell'attuale Turchia, è governata dalla dinastia degli Attalidi. Nella prima metà del II secolo a.C., sotto il re Eumene II, sull'acropoli della città viene costruito un monumentale altare dedicato a Zeus.

Alla sua base corre un fregio scolpito lungo più di cento metri. Racconta la gigantomachia, la battaglia mitica tra gli dei dell'Olimpo e i Giganti. È una zuffa furiosa: corpi che si attorcigliano, ali spalancate, serpenti, muscoli tesi, volti urlanti. I Giganti sconfitti si contorcono nel dolore. Le figure sono scolpite in un rilievo così alto da sembrare sul punto di uscire dalla parete e invadere la scalinata.

Il messaggio è politico: come gli dei hanno sconfitto il caos dei Giganti, così i re di Pergamo hanno vinto i Galati, popolazioni celtiche che minacciavano il regno.

Nell'Ottocento l'ingegnere tedesco Carl Humann scava il sito e i frammenti vengono portati a Berlino, dove l'altare è stato ricostruito in un museo costruito apposta, il Pergamonmuseum.

La Nike di Samotracia e il Laocoonte

Due statue riassumono lo spirito ellenistico.

La Nike di Samotracia, del 200–190 a.C. circa, rappresenta la Vittoria alata che si posa sulla prua di una nave da guerra. Il vento le spinge il vestito contro il corpo e lo fa svolazzare dietro di lei; le ali sono ancora aperte, come se fosse appena atterrata. Fu ritrovata nel 1863 sull'isola greca di Samotracia, senza testa e senza braccia, ed è oggi una delle opere più celebri del Louvre, in cima a un grande scalone.

Il Laocoonte, ai Musei Vaticani, racconta un episodio della guerra di Troia: il sacerdote Laocoonte e i suoi due figli vengono stritolati da due serpenti marini mandati dagli dei. Lo scrittore romano Plinio il Vecchio lo attribuisce a tre scultori di Rodi: Agesandro, Atenodoro e Polidoro. La sua datazione è ancora discussa. Il volto contratto, il corpo che si inarca, i figli disperati: è il trionfo del pathos, l'emozione intensa.

Quando la statua fu ritrovata a Roma nel 1506, Michelangelo andò a vederla e ne rimase profondamente colpito.

Vecchi, bambini e sconfitti

L'arte classica aveva rappresentato soprattutto dei ed eroi giovani e perfetti. L'arte ellenistica allarga lo sguardo a tutta l'umanità.

Compaiono bambini che giocano, vecchi pescatori dalla pelle cadente, una vecchia ubriaca che stringe la sua bottiglia. È un nuovo realismo, che non ha paura di mostrare la fatica, la povertà, l'età.

Molto toccante è il Galata morente, conosciuto grazie a una copia romana conservata ai Musei Capitolini di Roma. È un guerriero celta ferito, seduto a terra, che sta per morire. Non è un mostro, ma un nemico mostrato con dignità e rispetto.

Al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo si trova invece il Pugile in riposo, un bronzo originale: un atleta seduto, stanco, con il naso rotto, le orecchie gonfie e le ferite sul viso, che volta la testa come se qualcuno lo avesse chiamato.

I Romani amarono moltissimo quest'arte: la copiarono, la collezionarono e la portarono nelle loro case e nelle loro città. Proprio così molte opere sono arrivate fino a noi.

Le parole chiave

Un esempio

Pensa a una scena d'azione al cinema, girata al rallentatore: il corpo dell'eroe si torce, il mantello vola, la musica sale. Oppure a una foto sportiva che coglie un atleta nel momento dello sforzo massimo, con il volto deformato dalla fatica. È lo stesso linguaggio dell'arte ellenistica: fermare un attimo di movimento e di emozione e renderlo eterno. La Nike di Samotracia, con le ali aperte e il vestito spinto dal vento, è in fondo un fotogramma scolpito nel marmo.

Da ricordare

L'arte ellenistica e il presente

L'età ellenistica somiglia alla nostra più di quanto immaginiamo. Un mondo che all'improvviso si allarga, città enormi dove si mescolano lingue e culture, ricchezze esibite, un pubblico affamato di emozioni forti. In quell'inquietudine l'arte smette di cercare la calma e si getta nel movimento: corpi che si torcono, vesti agitate dal vento, volti che gridano.

Ma la sua conquista più profonda non è lo spettacolo. È lo sguardo che si posa finalmente su chi non era mai stato degno di una statua: il vecchio, il bambino, il nemico che muore, il pugile con il naso rotto. Dopo secoli di dei perfetti, l'arte accetta la fragilità. In un'epoca come la nostra, che rischia di confondere il dramma con lo spettacolo, quelle figure ci ricordano che l'emozione più vera non è quella che fa rumore, ma quella che ci costringe a riconoscere l'altro nel suo dolore.

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