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Pompei, una città fermata nel tempo

79 d.C.

Che cosa possiamo scoprire di una città intera sepolta in un solo giorno e riemersa diciassette secoli dopo?

Pompei, una città fermata nel tempo in breve

Nel 79 d.C. l'eruzione del Vesuvio seppellì Pompei, Ercolano e altri centri del golfo di Napoli sotto metri di cenere e lapilli. La catastrofe, raccontata in due lettere da Plinio il Giovane, ha conservato una città romana quasi intatta: strade, case, botteghe, affreschi, perfino le scritte sui muri.

Affreschi della Villa dei Misteri — Pittore campano ignoto, 60–50 a.C. circa
Affreschi della Villa dei Misteri — Pittore campano ignoto, 60–50 a.C. circa

L'opera

Affreschi della Villa dei Misteri — Pittore campano ignoto, 60–50 a.C. circa · Villa dei Misteri, Parco archeologico di Pompei

In sintesi

Nel 79 d.C. l'eruzione del Vesuvio seppellì Pompei, Ercolano e altri centri del golfo di Napoli sotto metri di cenere e lapilli. La catastrofe, raccontata in due lettere da Plinio il Giovane, ha conservato una città romana quasi intatta: strade, case, botteghe, affreschi, perfino le scritte sui muri. Gli scavi, iniziati nel 1748, continuano ancora oggi e restituiscono continuamente nuove scoperte. A Pompei puoi camminare dentro la vita quotidiana degli antichi Romani come in pochi altri luoghi al mondo.

Il giorno in cui il Vesuvio si svegliò

Nel I secolo d.C. Pompei è una vivace città di provincia sul golfo di Napoli, con un porto, un mercato, terme, teatri e un anfiteatro. Nel 62 d.C. un forte terremoto la danneggia, e quando arriva la catastrofe molti edifici sono ancora in riparazione. Nessuno sa che il Vesuvio, la montagna verde coperta di vigneti, è un vulcano.

Nel 79 d.C. avviene l'eruzione. Per secoli si è ripetuta la data del 24 agosto, ma un'iscrizione a carbone scoperta nel 2018 fa pensare che sia avvenuta in autunno, probabilmente a ottobre.

Prima una colonna altissima di gas e cenere sale nel cielo e una pioggia di lapilli cade per ore sulla città, sfondando i tetti. Molti abitanti fuggono. Poi arrivano le correnti piroclastiche: nubi di gas bollente, cenere e rocce che scendono dal vulcano a grande velocità e uccidono chi è rimasto.

Sotto la coltre spariscono Pompei, Ercolano, Stabia e le ville vicine. Tutto resta sepolto, come in una capsula del tempo.

Il testimone: Plinio il Giovane

Della catastrofe abbiamo un racconto diretto, raro per l'antichità. Lo scrisse Plinio il Giovane, che all'epoca aveva diciassette anni e si trovava a Miseno, sull'altro lato del golfo.

Anni dopo lo storico Tacito gli chiese di raccontare la morte di suo zio, Plinio il Vecchio, il grande naturalista autore della Storia naturale. Plinio il Giovane rispose con due lettere, ancora oggi conservate nella sua raccolta.

Lo zio comandava la flotta romana di stanza a Miseno. Vedendo la strana nube a forma di pino che saliva dal Vesuvio, decise prima di avvicinarsi per curiosità scientifica, poi di andare a soccorrere gli abitanti della costa con le navi. Sbarcato a Stabia, morì lì, probabilmente soffocato dai gas.

Nella seconda lettera il nipote racconta la propria fuga insieme alla madre: le scosse, il buio fitto come in una stanza chiusa, le grida, la cenere da scuotere di continuo di dosso per non restarne schiacciati. È una delle prime descrizioni precise di un'eruzione: ancora oggi i vulcanologi chiamano «pliniane» le eruzioni di questo tipo.

La vita di tutti i giorni

Camminare per Pompei significa entrare nella vita quotidiana di duemila anni fa. Le strade sono lastricate, con alti marciapiedi e grandi pietre per attraversare senza bagnarsi i piedi, consumate dalle ruote dei carri.

Lungo le vie si aprono botteghe, forni con le macine per il grano e decine di thermopolia, banconi dove si comprava cibo caldo da asporto, un po' come nei nostri bar. Nei forni sono stati trovati perfino pani carbonizzati.

Le famiglie ricche vivevano nella domus, una casa chiusa verso la strada e aperta all'interno: un atrio con una vasca per raccogliere la pioggia e, più in fondo, un giardino circondato da colonne, il peristilio. All'ingresso della Casa del Poeta tragico un mosaico raffigura un cane alla catena con la scritta «cave canem», attenti al cane.

Sui muri ci sono migliaia di graffiti: annunci elettorali dipinti in rosso, pubblicità di spettacoli nell'anfiteatro, conti della spesa, insulti, battute e messaggi d'amore. Sono la voce di persone comuni che la storia ufficiale non ha mai ricordato.

Gli scavi e la Villa dei Misteri

Pompei rimane sepolta e dimenticata per secoli. Gli scavi iniziano nel 1748, sotto il re Carlo di Borbone, dieci anni dopo quelli di Ercolano. Solo nel 1763 un'iscrizione conferma che quella città è proprio Pompei.

All'inizio si scava soprattutto per trovare tesori da portare nelle collezioni reali: molti affreschi e oggetti sono oggi al Museo archeologico nazionale di Napoli. Nell'Ottocento l'archeologo Giuseppe Fiorelli introduce un metodo più scientifico. Nel 1863 ha un'idea geniale: i corpi delle vittime, decomponendosi, avevano lasciato un vuoto nella cenere indurita. Fiorelli lo riempie di gesso liquido e ottiene un calco: la forma esatta di persone e animali nell'ultimo istante di vita.

Appena fuori dalle mura si trova la Villa dei Misteri, con uno dei cicli di affreschi più famosi dell'antichità, del I secolo a.C. Su un intenso fondo rosso, figure grandi quasi come persone vere sembrano partecipare a un rito legato al dio Dioniso. Il suo significato preciso è ancora discusso.

Dal 1997 Pompei è patrimonio dell'UNESCO, e una parte della città deve ancora essere scavata.

Le parole chiave

Un esempio

Pensa ai muri di una stazione o di un bagno pubblico, pieni di scritte, nomi, cuori e frasi lasciate da sconosciuti. A Pompei sono stati trovati muri esattamente così: chi saluta un amico, chi si lamenta di un oste, chi annuncia a tutti di essere innamorato. Anche il thermopolium assomiglia molto alla rosticceria sotto casa, dove compri qualcosa di caldo e lo mangi in piedi. Duemila anni dopo, le abitudini delle persone comuni sono cambiate meno di quanto pensiamo.

Da ricordare

Pompei, una città fermata nel tempo e il presente

Pompei ci commuove per un paradosso crudele: la stessa catastrofe che ha cancellato migliaia di vite ha salvato per noi la loro quotidianità. Della maggior parte delle città antiche conosciamo i templi, le leggi, i re. Di Pompei conosciamo il pane lasciato nel forno, il cane alla catena, il nome di un ragazzo innamorato scritto su un muro.

È un'immagine vertiginosa di ciò che chiamiamo storia. Non solo battaglie e imperatori, ma gesti ripetuti ogni giorno da persone che non immaginavano di essere osservate. I calchi in gesso, con i corpi raccolti su se stessi, ci mettono davanti alla fragilità di ogni vita ordinaria, compresa la nostra. Forse il dono più grande di Pompei è questo: ricordarci che il presente, così banale ai nostri occhi, è già la materia di cui sarà fatto il passato, e che vale la pena viverlo con l'attenzione che riserviamo alle rovine.

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