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Rivoluzione industriale

1760–1840

Come ha fatto una macchina a vapore a cambiare il modo in cui pensiamo il tempo?

Rivoluzione industriale in breve

La rivoluzione industriale è il passaggio, iniziato in Gran Bretagna intorno al 1760, da un'economia basata sull'agricoltura e sul lavoro artigianale a una basata sulle macchine e sulle fabbriche. Cambia come si produce, dove si vive, come si lavora e perfino come si misura il tempo. Molti storici la considerano la trasformazione più profonda della vita umana dopo la nascita dell'agricoltura.

Pioggia, vapore e velocità — J. M. W. Turner, 1844
Pioggia, vapore e velocità — J. M. W. Turner, 1844

L'opera

Pioggia, vapore e velocità — J. M. W. Turner, 1844 · National Gallery, Londra

Prima dell'Ottocento quasi nessuno aveva bisogno di sapere che ora fosse al minuto. Poi arrivarono le fabbriche, con le sirene, i turni e gli orari dei treni, e il tempo smise di appartenere al sole.

Rivoluzione industriale: il contesto storico

A metà del Settecento la Gran Bretagna ha tutto ciò che serve per una trasformazione: carbone e ferro in abbondanza, capitali accumulati con il commercio e le colonie, una popolazione in crescita e campagne che espellono manodopera.

Il primo settore a cambiare è il tessile: filatoi e telai meccanici moltiplicano la produzione. Poi arriva il vapore, che libera le fabbriche dalla necessità di stare vicino a un fiume.

Rivoluzione industriale: l'idea centrale

La rivoluzione industriale è il passaggio da un lavoro artigianale e agricolo, scandito dalle stagioni e dalla luce, a una produzione meccanizzata, concentrata in fabbrica e scandita dalla macchina.

Non cambia solo il modo di produrre. Cambia il tempo, che diventa orario. Cambia lo spazio, perché milioni di persone si spostano in città. Cambia la società, con una nuova borghesia industriale e una classe operaia che vive di salario.

Rivoluzione industriale: le cose da sapere

Rivoluzione industriale: perché è importante

Gli orari di lavoro, il pendolarismo, la vita in città, l'idea stessa di «tempo libero» nascono qui. E anche la questione ambientale: l'economia basata sui combustibili fossili comincia con il carbone delle prime fabbriche.

Il legame

Concentrando le persone nelle città e producendo merci in serie, l'industria crea le condizioni per un pubblico di massa: milioni di persone che leggono gli stessi giornali, comprano gli stessi prodotti, frequentano gli stessi spettacoli.

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In sintesi

La rivoluzione industriale è il passaggio, iniziato in Gran Bretagna intorno al 1760, da un'economia basata sull'agricoltura e sul lavoro artigianale a una basata sulle macchine e sulle fabbriche. Cambia come si produce, dove si vive, come si lavora e perfino come si misura il tempo. Molti storici la considerano la trasformazione più profonda della vita umana dopo la nascita dell'agricoltura.

Com'era il lavoro prima

Per migliaia di anni quasi tutti gli esseri umani hanno vissuto di agricoltura. Il lavoro seguiva il ritmo del sole e delle stagioni: si lavorava molto in estate, meno in inverno.

Gli oggetti, come stoffe, scarpe, attrezzi, venivano fatti a mano da artigiani nelle botteghe, oppure dalle famiglie contadine in casa, nei mesi in cui i campi non richiedevano lavoro.

L'energia disponibile era quella dei muscoli, umani e animali, più quella dell'acqua e del vento per i mulini. La produzione cresceva lentamente, e la ricchezza media delle persone cambiava pochissimo da un secolo all'altro.

Perché proprio in Inghilterra

Nel Settecento la Gran Bretagna ha una combinazione unica di condizioni.

Ha molto carbone e ferro, spesso vicini tra loro. Ha accumulato capitali grazie al commercio internazionale e alle colonie, compreso il commercio degli schiavi africani. Ha banche, un mercato interno ampio e una buona rete di fiumi e canali.

In agricoltura, nuove tecniche e la recinzione dei terreni comuni producono più cibo con meno braccia. Molti contadini perdono il lavoro nei campi e si spostano verso le città: diventeranno gli operai delle prime fabbriche.

Le macchine e il vapore

Il primo settore a cambiare è quello tessile. Una serie di invenzioni moltiplica la velocità con cui si fila il cotone e si tesse la stoffa: la giannetta di Hargreaves (anni Sessanta del Settecento), il filatoio ad acqua di Arkwright (1769), il telaio meccanico di Cartwright (1785).

All'inizio le fabbriche devono stare vicino ai fiumi, perché le macchine sono mosse da ruote ad acqua. Poi arriva il vapore. Nel 1769 James Watt brevetta un miglioramento decisivo della macchina a vapore, che la rende molto più efficiente.

Con il vapore, una fabbrica può sorgere ovunque ci sia carbone, anche in mezzo alla città. Più tardi il vapore muove anche treni e navi.

La vita in fabbrica e in città

Per i primi operai la vita è durissima. Si lavora anche dodici-quattordici ore al giorno, sei giorni su sette, con salari bassi. Lavorano anche donne e bambini, pagati meno degli uomini.

Il ritmo non lo decide più il sole ma la macchina e l'orologio: chi arriva in ritardo viene multato.

Le città industriali, come Manchester, crescono in fretta e senza regole: quartieri sovraffollati, senza fognature, con aria inquinata e frequenti epidemie. Friedrich Engels descrive queste condizioni nel 1845.

Gli operai reagiscono in modi diversi. Tra il 1811 e il 1816 i luddisti distruggono i telai che tolgono loro il lavoro. Poi nascono le associazioni di lavoratori, i sindacati, e arrivano le prime leggi: nel 1833 il Factory Act limita il lavoro dei bambini nelle fabbriche tessili britanniche.

Ferrovie e seconda rivoluzione

Nel 1830 entra in funzione la ferrovia Liverpool–Manchester, una delle prime per passeggeri e merci. In pochi decenni i treni attraversano l'Europa: le distanze si accorciano, le merci viaggiano veloci, e serve un orario uguale per tutti.

Dalla seconda metà dell'Ottocento inizia quella che viene chiamata seconda rivoluzione industriale: acciaio, elettricità, chimica, petrolio, motore a scoppio. I protagonisti diventano soprattutto la Germania e gli Stati Uniti.

In Italia l'industrializzazione arriva più tardi, soprattutto tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, concentrata nel triangolo tra Milano, Torino e Genova.

Che cosa significa per noi

La rivoluzione industriale ha prodotto una crescita della ricchezza senza precedenti nella storia: dopo millenni quasi immobili, il reddito medio delle persone comincia ad aumentare in modo continuo.

Ha creato il mondo del lavoro salariato, degli orari, del tempo libero, dei consumi di massa, delle grandi città.

Ha anche aperto problemi che sono ancora nostri: le disuguaglianze tra chi possiede le imprese e chi ci lavora, e l'uso massiccio di combustibili fossili, carbone prima e petrolio poi, all'origine dell'inquinamento e del cambiamento climatico.

Le parole chiave

Un esempio

La sveglia che suona alla stessa ora ogni mattina, il cartellino da timbrare, il weekend libero: sono tutte cose che diventano necessarie quando il lavoro si sposta dalla campagna alla fabbrica. Un contadino del Seicento seguiva il sole e le stagioni. Un operaio dell'Ottocento seguiva la sirena della fabbrica. Il nostro modo di organizzare la giornata discende dal secondo.

Da ricordare

Rivoluzione industriale e il presente

Il vapore ci ha lasciato in eredità qualcosa di più sottile delle ciminiere: l'idea che il tempo sia una quantità da riempire, misurare, ottimizzare. Prima scandito dalle stagioni e dalla luce, il giorno diventa una sequenza di turni, e quella disciplina non ci ha mai lasciato. Abita oggi nelle notifiche che segnano le ore, nelle app che contano i passi e il sonno, nelle riunioni prenotate a blocchi di trenta minuti.

Eppure qualcosa è cambiato di nuovo. Il lavoro, per molti, non sta più dentro un edificio né dentro un orario: ci segue in tasca, si infila nelle sere e nelle domeniche. La fabbrica ha confinato la fatica tra due sirene; lo schermo l'ha resa porosa, senza inizio e senza fine. Forse la domanda che l'Ottocento ci consegna non è quanto produciamo, ma chi decide, oggi, dove finisce il tempo del lavoro e comincia il nostro.

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