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Decameron
Giovanni Boccaccio
Cento racconti nati dentro la peste: come si risponde alla morte ridendo, amando, raccontando.
Decameron in breve
Cento racconti nati dentro la peste: come si risponde alla morte ridendo, amando, raccontando.
Decameron: di che cosa parla
Firenze, 1348: la peste nera uccide in pochi mesi una parte enorme della città. Giovanni Boccaccio, figlio di un mercante, cresciuto tra i banchi dei Bardi a Napoli e innamorato di Dante, risponde al disastro con un libro di storie. Dieci giovani fuggono in campagna e per dieci giorni si raccontano novelle: mercanti, ladri, frati, cuochi, mogli astute, re e contadine. È il primo grande libro di prosa italiana e la commedia umana del Medioevo che finisce. Lo leggi per ridere, e scopri che dietro ogni risata c'è un'idea precisa di che cosa sia l'intelligenza.
Decameron: i personaggi
- Pampinea: La più grande delle sette ragazze: propone la fuga e diventa la prima regina.
- Dioneo: Il giovane più irriverente della brigata, con il privilegio di raccontare per ultimo e fuori tema.
- Fiammetta: Narratrice di Andreuccio e di Federigo; il suo nome torna in molte opere di Boccaccio.
- Andreuccio da Perugia: Mercante di cavalli ingenuo che a Napoli perde tutto in una notte e lo ritrova in una tomba.
- Federigo degli Alberighi: Nobile fiorentino rovinato dall'amore, a cui resta soltanto un falcone.
- Chichibio: Cuoco veneziano che si salva dall'ira del padrone con una battuta.
- Griselda: Contadina sposata da un marchese che mette alla prova, crudelmente, la sua pazienza.
Riassunto: Decameron in 8 capitoli
- La città che muore
- Dieci giovani e una regola
- Andreuccio da Perugia, una notte a Napoli
- Lisabetta da Messina e il vaso di basilico
- Federigo degli Alberighi e il falcone
- Chichibio e la gru con una gamba sola
- Griselda, la pazienza come prova
- Il ritorno a Firenze
Capitolo 1 · La città che muore
Nella primavera del 1348 la peste arriva a Firenze. Non serve nessun rimedio: né i medici, né le preghiere, né le processioni. Sotto le ascelle e all'inguine compaiono dei rigonfiamenti, i bubboni, poi macchie scure sulla pelle; nel giro di tre giorni quasi tutti muoiono. Il contagio passa dai malati ai sani come il fuoco passa alla paglia secca. Boccaccio racconta di aver visto due maiali frugare tra gli stracci di un morto gettati in strada e cadere stecchiti poco dopo.
La paura scioglie i legami. Alcuni si chiudono in casa, mangiano poco e non vogliono sentire notizie. Altri fanno il contrario: bevono, cantano, entrano nelle case abbandonate come fossero loro. Il fratello lascia il fratello, la moglie il marito, e perfino i genitori evitano i figli. I malati restano soli o affidati a servitori avidi, che spesso muoiono insieme ai padroni.
Scompaiono anche i riti. I morti non sono più accompagnati dal pianto dei parenti: li portano via i becchini, gente pagata, e i cadaveri si accumulano nelle fosse comuni a strati, come merci stivate in una nave. Le campagne non stanno meglio: i contadini muoiono nei campi, il bestiame vaga senza padrone tra il grano non mietuto.
Boccaccio si scusa con le lettrici: è un inizio orrido, dice, ma è come una montagna aspra da salire prima di arrivare a una pianura bella e dilettosa. Tieni a mente questa immagine: tutto il libro che leggerai è quella pianura, costruita a forza di parole sopra una città svuotata. Senza la peste non ci sarebbe nessuna novella.
Decameron: perché leggerlo oggi
Il Decameron nasce da una quarantena. Dieci ragazzi chiusi in una villa mentre fuori si muore: nel 2020 milioni di persone hanno capito quella cornice dall'interno. Ma Boccaccio non propone una distrazione. Propone una forma: orari, regole, a turno uno guida, si ascolta, si ride insieme. È un'idea di comunità che resiste al disastro. Poi c'è il mondo delle novelle, dove a vincere non sono i nobili né i santi, ma chi ha l'ingegno pronto: il mercante che fa i conti, il cuoco che trova la battuta, la donna che sceglie da sé. È il ritratto di una società che sta diventando moderna, fatta di denaro, viaggi e intelligenza pratica. La nostra, in fondo.